L’Ultima Cena – Leonardo da Vinci

Ho latitato un po’ col consueto appuntamento artistico, ma dopo un po’ di indecisione  ho scelto  di prendere in esame l’opera, penso, tra le più famose al mondo, L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci; lo scorso weekend infatti, ho accompagnato i miei a vedere il Cenacolo, ( mio regalo di Natale per loro) e così ho potuto nuovamente ammirare anche Santa Maria delle Grazie che, inoltre, reputo essere tra le chiese più belle e rappresentative di Milano.

Sono consapevole che su questo capolavoro sia stato scritto di tutto, ma le parole che troverete di seguito saranno puramente una descrizione storico artistica; quindi prego, accomodatevi.

Prima di entrare nel vivo volevo spendere giusto due paroline introduttive anche su Santa Maria delle Grazie.

Santa Maria delle Grazie, 1466-1490

La basilica venne costruita tra 1466 e il 1490 dall’architetto Guineforte Solari, già noto a Milano per aver realizzato altri edifici religiosi dalla forte impronta tardo-gotica (per tardo-gotico si intende, mooolto indicativamente un periodo che va dal 1370 al 1420 circa, in Italia); mentre il convento domenicano adiacente risulta essere già completato nel 1469. La facciata a capanna, la divisione in tre basse navate con volte ad ogiva e l’utilizzo di determinati materiali, quali il cotto per l’esterno e la pietra in granito per capitelli e le colonne, sono tutti elementi della tradizione lombarda dell’epoca.

Il nome però che più rimane legato a questo edificio è quello di Donato Bramante, sicuramente l’architetto che più riuscì a portare una ventata di modernità e di cultura rinascimentale nella città.

Tribuna del Bramante - interno

Tribuna del Bramante – interno

La tribuna* retrostante il corpo principale della chiesa è infatti uno dei suoi gioielli architettonici di cui abbiamo ancora la fortuna di poter godere (insieme alla stupenda Santa Maria presso San Satiro, in via Torino); fu commissionata  nel 1492 dal Duca Ludovico il Moro con l’intenzione di farne  luogo di sepoltura per se stesso e la moglie Beatrice d’Este.L’ambiente costruito dall’urbinate, che trapela luce da ogni lato (e che rimanda palesemente alla luce divina)  contrasta nettamente con l’architettura gotica di Solari, ma nonostante ciò le due strutture sono in  perfetta armonia e assonanza.

Ma ora passiamo al protagonista dell’articolo.

Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498

Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498

Nello stesso periodo in cui Bramante sta lavorando alla tribuna della chiesa, Leonardo (Vinci 1452- Amboise 1519)  inizia a lavorare su una parete del refettorio dell’annesso convento domenicano; sicuramente l’ Ultima Cena è completata entro l’8 febbraio del 1498. L’opera è il manifesto dell’artista toscano: con essa raggiunge i massimi livelli nella ricerca sul naturalismo e nella prospettiva oltre che sulla rappresentazione dei moti dell’animo .

La stanza in cui si svolge la scena è immaginata come il prolungamento del refettorio dei frati e la tridimensionalità della scena è ottenuta sia dal susseguirsi degli arazzi e dei cassettoni dipinti che da sapienti giochi chiaroscurali della tavolozza. Ciò che ne emerge è un’opera viva e palpitante, come se i personaggi fossero ancora più vicini allo spettatore e ne invadessero lo spazio; inoltre, grazie alle fonti di luce sia reali che fittizie, sembra che l’ambiente raffigurato sia ancora più ampio di quello che realmente è.

A differenza di altre “Ultime Cene”, Leonardo sceglie di raffigurare il momento immediatamente successivo all’annuncio del tradimento e che precede l’identificazione del traditore, solitamente resa con l’immagine del discepolo di spalle, intento a prendere cibo dal piatto del Cristo.

Questa scelta insolita perchè?  perchè in questo modo Leonardo, da vero indagatore degli animi umani, ha potuto fermare nel tempo i sentimenti e le reazioni dei vari discepoli dopo aver udito le parole “Qualcuno di voi mi tradirà”: c’è chi, come Tommaso, alla sinistra di Gesù, alza minaccioso il dito, chi come Giacomo, allarga le braccia inorridito o chi come Filippo si alza sdegnato.

L'ultima Cena , particolare

Mirabile è anche la qualità della pittura, che permette sfumature di colori veramente straordinari oltre che la riuscita di brani di natura morta veramente elevati: i bocconi di pane sulla tovaglia, i resti dei cibi nei piatti, gli spicchi d’arancia e i riflessi delle vesti nelle posate.

Purtroppo però l’artista decise di utilizzare una tecnica innovativa per  creare il suo massimo capolavoro. L’opera murale non può definirsi a pieno titolo un affresco; infatti, la tecnica del buon fresco necessitava una pittura ampia e veloce, mentre Leonardo tornò ripetutamente sull’opera, per modificarne ripetutamente alcuni elementi; così decise di usare una tempera grassa su una base secca, gessosa. Esito pittorico formidabile ma, sfortunatamente, col tempo, le due sostanze hanno reagito dando un aspetto quasi evanescente all’opera. Nonostante questo, l’Ultima Cena rimane tra quei capolavori che vale la pena vedere almeno una volta nella vita.

p.s Scusatemi per le immagini di bassa qualità.

*Tribuna: L’intero spazio che comprende presbiterio, abside ed eventuali cappelle 

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