Il balcone

Aprire la zanzariera del balcone subito dopo pranzo è, da un paio di giorni a questa parte, il gesto che più attendo; si perchè posso raggiungere finalmente quel metro per quattro e stare sola. Si, perchè stare sola con me stessa mi manca alla follia in questa quarantena: sembra un ossimoro, essere isolati dal mondo e sentire la mancanza dello stare soli, eppure  è cosi. Ho una quarantena dentro la quarantena da sopportare, quella obbligatoria per tutti e quella obbligatoria per me di condividere le quattro mura di casa coi miei che, mi risulta doppiamente pesante.

Ho resistito quasi un mese senza avvertire nemmeno i segni di un primo cedimento ,ma era solo questione di tempo, ed infatti eccoli che sono arrivati i sintomi: lo stare chiusa “nella mia stanza” tutto il giorno, e riemergere solo per condividere i pasti, non era più abbastanza lontano per me, il fitness casalingo cadenzato ogni mattina, non era più abbastanza una distrazione, la musica a palla nelle orecchie alla sera non era abbastanza forte. Mi sono impegnata, lo giuro, a fare la brava figlia in quarantena, quella che ringrazia il cielo per avere i genitori vicini in un periodo simile, mentre tanta gente pagherebbe per essere al mio posto. Ma poi un giorno l’ho risentito, quel nodo che avevo abbandonato ormai da un po’, quello stridore che faceva pensare al poi: se farò così allora poi lei reagirà in quel modo e allora lascio stare, se dico così, poi lei si offenderà. Se io, poi lei. Le risposte cacciate giù a forza, per non farle uscire con tutta la loro potenza devastante, Vale salvaguardati, taci. E’ l’unico modo per sopravvivere. E no, io in quella spirale non ci voglio mica più tornare. Non potevo permettermi di farmi risucchiare dalla sua angoscia. Ne è ormai infetta tutta la casa, le pareti, il cibo che cucina, le sedie, l’aria. No. Il virus è dentro casa, non solo fuori. Che la sua angoscia se la curi lei. Io non ne voglio sapere. Non è un problema mio. Io la quarantena avrei voluto farmela da sola, e non me ne frega un cazzo di quello che pensa la gente se non voglio stare coi miei.

Non è facile però trovare un’uscita di sicurezza stando chiusa in casa, tutti i trucchi che ho imparato e comprovato sono applicabili in una situazione “normale”. E poi l’illuminazione me ‘l’ha data quella piccola appendice di casa che si chiama balcone.  Ma senza rendermene conto. Negli ultimi giorni già verso fine pranzo, al caffè che ormai ho imparato a bere senza zucchero , forse inconsciamente anche per accorciare i tempi, avevo una certa fretta, un po’ come quando mi sono accorta mesi fa che c’erano determinate mattine in cui fremevo per arrivare prima al bar del lavoro e non capivo il perchè.  E poi la soluzione ce l’hai lì sotto agli occhi. La soluzione non è quella di chiudere una porta, ma di aprirne un’altra.

Il balcone. Mi sembra proprio di varcare la soglia di un altro luogo: abbandono tutti i  silenzi della casa e ritrovo i rumori  attutiti e gli odori sfuggenti del mondo fuori. Ritrovo la stessa pace e calma che si prova quando si sta in spiaggia nel tardo pomeriggio col l’ultimo sole tiepido che si sforza di scaldarti ancora e la brezza inizia a solleticarti la pelle e tu stai lì a crogiolarti e a goderti il momento; concentrata, ma super ricettiva.

Mi siedo al sole, e leggo. Sono concentrata su quello che leggo, ma contemporaneamente ho tutti i cinque sensi attivi e così, mentre mi fermo a sottolineare una frase bella del romanzo, mi sembra di risentire l’odore del latte che bolle nel pentolino che usava mia nonna, sembra una di quelle domeniche di tanti anni  fa; alzo lo sguardo e vedo le tende bianchissime di quello che abita di fronte che sventolano come la veste di una ballerina e mi torna alla mente la spiaggia di Valencia che quando l’ho fotografata era un contrasto così perfetto, con il suo giallo dorato della sabbia e la sottile striscia azzurra del mare e penso che quando finirà tutta questa merda ci voglio tornare a Valencia, da sola. Poi di botto un rumore proveniente da un punto imprecisato del condominio mi riporta alla memoria l’estate scorsa, i bicchieri di vino che si susseguono,  il limone duro inaspettato, la scoperta di una me forte e con la voglia di rivalsa. E il desiderio di rivivere tutto. Ho proprio la stessa sensazione di quella sera, di quando ho stappato una birra di una marca che manco mi piace e ho pensato che fosse giunto il momento di scrivere di nuovo.Ogni tanto.

Appoggio il braccio sulla sedia e leggo un altro capitolo e sento l’odore caldo della mia pelle, c’è del sudore e un rimasuglio della crema che ho messo dopo la doccia del mattino, mi fa sentire al sicuro. Provo a distrarmi, drizzo le orecchie, ma non sento nessuno dei suoni della casa, tiro un sospiro di sollievo. Ci sono io e basta, finalmente.